Una giornata a casa a Santadi (con Robota)
- Ruth

- 8 apr
- Tempo di lettura: 3 min

Con profonda gratitudine ad Anna Lisa—la cui cura silenziosa e generosità fanno
sentire questa casa davvero come casa.
C’è un momento così—silenzioso, quasi impercettibile—
in cui capisci che non è più una visita.
È successo dopo una settimana.
Una settimana vissuta nell’appartamento nero come un’ospite educata:un caffè piccolo, poco disordine, la sensazione di “tra poco me ne vado”.
E poi, senza drama, è arrivato:
Non sono in un Airbnb.Nessuno verrà a pulire.Non c’è un “angolo cucina carino”.C’è una casa.
La mia. Per qualche mese.
E poi iniziano le cose da fare.
Perché una casa non è un’idea—è operatività.
Il bucato.
Sono davanti a una lavatrice italianacon più sicurezza di me.
Giro la manopola.Niente.La guardo.Mi guarda.
È un momento intimo.
Nel giro di pochi minuti capisco:
cosa significa 40°
cosa significa programma
e cosa significa umiltà
Alla fine parte.O forse sono io che ho capito chi comanda.
E poi, naturalmente, passo alla ceretta ai baffi.
Ovviamente.
Una scatola rosa.Grandi promesse.Realtà diretta.
Sono lì, con una striscia in mano,a chiedermi come sono arrivata a questo punto della vita.
Tendere. Premere. Respirare.E tirare.
Questo è il momento in cui capisciche gestire una casa richiede anche atti di coraggio personale.
Andiamo avanti.
La raccolta differenziata.
E qui—benvenuta nella vera Italia.
SECCO.UMIDO.PLASTICA.CARTA.
Sono lì con la carta igienica in manoa farmi domande esistenziali.
Cos’è la vita?Cos’è l’ordine?Perché non può essere semplice?
E poi arriva l’illuminazione:quello che non è chiaro va nel SECCO.
Sto pensando di applicarlo anche alle relazioni.
Poi la cucina.
A questo punto non si torna indietro—questa è casa.
L’insalata riceve un trattamento VIP con carta assorbente.I pomodori restano fuori—hanno carattere.Kiwi e prugne attraversano un processo di maturazione emotiva sul piano.
Sono davanti al frigoriferoe capisco che non sto organizzando il cibo—sto gestendo un sistema.
Fase successiva: la lavastoviglie.
La apro.È aperta.Ci guardiamo.
Tre bottiglie:due blu, una arancione con un passato sospetto.
Imparo velocemente:quello che non è per la lavastoviglie—non va nella lavastoviglie.E la vita è troppo breve per la schiuma drammatica in cucina.
E come ogni giornata davvero buona—c’è anche il vino.

Due bottiglie da Porto.Una—1985.Una—30 anni.
Le guardo e penso:
Ci sono giorni come un Colheita—un momento unico, preciso.
E ci sono giorni come un Tawny—strati, tempo, profondità.
E questo giorno?È stato un blend.
Di una lavatrice che prima no e poi sì,di coraggio davanti a una striscia di cera,di filosofia nel cestino,di insalata con regole,di una lavastoviglie con confini,di un caffè che riporta il respiro,e di vino che spiega tutto.
E poi… il caffè.
Lavazza.Moka.Fiamma bassa.
Il profumo si diffonde in casa,e improvvisamente tutto si calma.
Questo è il momento in cui la casa smette di essere un compitoe diventa un luogo.
E adesso—
sono seduta sul balcone.
Una tazza di caffè.Una sigaretta.La luce del tardo pomeriggio tocca gli alberi, i tetti, il silenzio.
Tutto è al suo posto.
Il bucato è ormai parte della vita.Il frigorifero segue delle regole.La lavastoviglie mi capisce.E i rifiuti… non sono più una questione esistenziale.
E penso:
che tutto questo—tutta questa giornata,con tutte le sue piccole, assurde e importanti cose—
è successoin una sola conversazionecon Robota.
E TasteAPlace?
È esattamente questo.
Non solo vino.Non solo un viaggio.Ma il momento in cui un luogo inizia a diventare tuo.
E se qualcuno mi avesse detto al mattinoche avrei finito la giornata con una profonda comprensione del SECCO,della moka, e di un Porto di 30 anni—
gli avrei chiestose voleva venire ad aiutarmi con il bucato.






















❤️